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Il mio spazio preferito

dove possiamo parlare della nostra cosa preferita: i libri

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Più luce che buio

  • Immagine del redattore: chiaramarino097
    chiaramarino097
  • 13 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min
L'ho guardato negli occhi e gli ho detto «mi è successo tutto per i tuoi libri»: così gli ho detto. Credo di aver anche puntato l’indice.
L'ho guardato negli occhi e gli ho detto «mi è successo tutto per i tuoi libri»: così gli ho detto. Credo di aver anche puntato l’indice.

Una settimana fa mi trovavo nel bellissimo spazio di Mercurio al Pigneto perché, grazie a Federico e a Iperborea, ho potuto partecipare insieme a un gruppo di lettrici e lettori a una colazione con il gentile, delicato, colto, elegante e pure islandese Jón Kalman Stefánsson.


Ero ancora fuori a capire come simulare l’immagine di una persona tutta intera quando è arrivato e ha salutato con una semplicità e una dolcezza che, assicuro, appaiono rari. Fa testo? Sì. Soprattutto visto che il mondo (editoriale) è pieno di ego-sconcertanti-di-scriventi-mediocri, e che lui mediocre non è affatto. Quando tutte le persone presenti hanno preso posto, lui, con la sua borsina – piena di libri, si scoprirà dopo – in spalla, si è messo a setacciare le librerie del locale. Poi, con la calma che contraddistingue chi vive di libri, si è semplicemente seduto sul divano a leggere. Noi facevamo colazione e conoscenza, nel frattempo nel mio cervello si stava scavando il posto quell'immagine che – non ho osato fotografarla, perché mi sarebbe sembrato di rubare qualcosa di troppo intimo – vi rimarrà più nitida di tante altre. Non speravo di poter un giorno vedere uno dei miei scrittori preferiti mentre legge; non so se suona comprensibile: ho visto un tèmenos ritagliarsi intorno a quel divano – il tempio di quella nostra anima che ognuno di noi sta accarezzando quando legge.


Note personalissime


Da anni parlo dei suoi libri in tutti i linguaggi che conosco, e in altri ancora vorrei farlo, inventandomeli, poiché ci ho provato con le liste, con testi brevi e lunghi, seri, più analitici, emotivi, innamorati, ironici, con i silenzi – tutte le volte in cui li tengo solo per me. Per capire infine che è meglio regalarli.

Rispetto a questo argomento vorrei essere più apollinea, ma i suoi libri mi sembrano liquefarsi e mi scivolano tra le mani, dentro la testa, sotto la pelle, mi fanno sentire di possedere quella cosa che chiamano anima, mi sgocciolano da tutti i lati cercando di pervadere completamente, e questa consistenza linfatica ovviamente li rende irraccontabili, all’istante morti stecchiti appena provo a farlo.


Al netto del fatto che vorrei che tantissime persone li leggessero, anche solo per poter parlare con loro all’infinito, c’è di più sotto tutta questa storia, per me, perché è accaduto inseguendoli che mi sono imbattuta nella famigerata “mia strada”. Di prove – che fosse la mia strada e che mi abbiano guidata i suoi libri – ne ho collezionate centinaia, ho più volte verificato: reggono. Ho in mente di pianificare le prossime tappe allo stesso modo.


E quindi, com'è stato?


Proverò a fare un grande sforzo di oggettività, visto che mi sento coinvolta a un livello troppo personale per ritenermi affidabile.

È stato interessantissimo perché, partendo dai suoi romanzi, è difficile non andare a posizionarsi su discorsi molto alti, eterni, di quelli che ti fanno venire un po' le vertigini perché, in fondo, era un sabato mattina nella capitale e forse sentivamo tutti che solo la sottile vetrata del locale ci stava tenendo, per un po', separati e raccolti insieme, prima di tornare a preoccuparci della spesa, del parcheggio, del mutuo.

JKS sorride e ci imita quando gesticoliamo troppo italianamente e a volte pretende che proviamo a ripetere il nome di trentacinque lettere di un poeta islandese. Si passa spesso la mano sul volto quando deve pensare, ti guarda negli occhi se si accorge che gli stai parlando sinceramente e che non stai parlando a te stesso – questa una mia impressione – , è generosissimo nelle risposte e schiva sorridendo ogni riferimento alla sua biografia. Cita molti musicisti, cita molti poeti. Ti ringrazia quasi sorpreso se gli dici qualcosa di gentile. Aveva con sé un libro sulla cui copertina c'era la faccia di Kafka.


Aver avuto la possibilità di parlare con lui e soprattutto di parlare di libri, con lui, in un contesto tranquillo, è stata chiaramente una fortuna.

Una cosa volevo dirgliela e una volevo chiedergliela. Gliene ho dette due e gliene ho chieste due. Ora so qual è la sua saga islandese preferita (la Njáls saga, non ha esitato) e so che non ha la minima idea di come ciò che scrive possa far sentire le persone. Lo immaginavo, ma a qualcun altro ha detto anche che spera che quando non ci sarà più – «che incendio quando prenderò fuoco con tutti questi ricordi» (Varie cose sulle sequoie e sul tempo) – i suoi libri possano aver lasciato più luce che buio (eccola là, una delle parole che ricorrono più spesso nei suoi libri!) in questo mondo. Gli ho invece detto che la voce bambina nei suoi romanzi è tra le cose più divertenti e commoventi che si possano leggere (non gli ho detto che la sopporto praticamente solo da lui).


Altri libri che passavano di lì


Oltre ad aver ampiamente discusso tutti insieme di Varie cose sulle sequoie e sul tempo, uscito in Islanda più di vent'anni fa e pubblicato da Iperborea anche in Italia nel novembre 2025, nella traduzione di Silvia Cosimini, numerosi altri libri sono stati citati, ma riporto qui i tre che qualcuno lo ha amabilmente costretto a scegliere tra i suoi "preferiti" («Per ognuno che cito, sto facendo un torto ad altri dieci che non cito», ha detto):


  • Uno qualunque (mi sembra abbia detto) di Knut Hamsun

  • Il maestro e Margherita di Bulgakov

  • Luce d'agosto di Faulkner



Avevo ancora da chiedergli dei marinai dai capelli rossi, se quindi ha mai trovato la risposta alla domanda "cosa vuol dire avere coraggio", se gli piace Leopardi, ma in fondo mi interessa molto di più cercare tutto questo nei suoi libri e immaginare quello che voglio.

Sulla storia di «più luce che buio», invece, vorrei tornare, almeno per dirgli che chi punta il cannocchiale in alto, come tanti dei suoi personaggi, in fondo non sta facendo altro che dimostrare una fiducia quasi ingiustificata nella possibilità di rintracciare luci che brillavano in cielo parecchi anni fa. Mi pare bello, ma non riesco a capirlo, con tutto il sole che ho negli occhi. È anche vero che, con tutto il sole che ho negli occhi, io l'incendio lo vedo già adesso.


Cu tuttu ca fora c'è 'a guerra.

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