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Nessuno tocchi Heathcliff

  • 15 mar
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 30 mag



C’è un prima e un dopo Heathcliff nella vita di ogni persona che legge. Quando entra in una stanza, quando è dietro una porta – molte volte Nelly lo riporta alla nostra attenzione solo partendo dal rumore dei suoi passi –, tutto trema, nella pagina e intorno a chi legge. Ogni volta che apre bocca, Brontë riesce a rendere imprevedibile ciò che farà: uno scoppio di risa terrificante, un proposito, un insulto, un piano snocciolato lucidamente che supera quanto di più atroce riusciamo a immaginare oppure un pianto, un ritrarsi, un sottrarre lo sguardo in cui si legge la furia con cui lo tormentano le antiche ferite. Il suo sostare dietro le porte, dietro un panca, seminascosto, sembra peraltro assimilarlo a una forza oscura che si agita in una dimensione pre-visiva, pre-orale, onirica, si direbbe; inconscia, più che umana.

È così che Heathcliff diventa gigantesco, ineluttabile.

Per chi non avesse letto Cime tempestose, ecco le parole con cui, in un passaggio memorabile e cruciale per la trama, Catherine lo descrive a Isabella, che si è innamorata di lui:

[...] un essere incivile, privo di qualsiasi raffinatezza, senza cultura; una landa arida e selvaggia, basalto e spine. Se ti dicessi di donargli il tuo cuore sarebbe come far uscire quel canarino nel parco in un giorno d'inverno. È solo una deplorevole ignoranza del suo carattere, bambina mia, a metterti in testa un sogno del genere. Ti prego, non credere che egli celi chissà quali abissi di benevolenza e di affetto sotto una scorza ruvida! Non è un diamante grezzo, un'ostrica che nasconde la perla: è un uomo feroce, spietato: un lupo. Per convincerlo a lasciare in pace questo o quel nemico, io non gli dico mai che sarebbe ingeneroso o crudele fargli del male. Gli dico: «Lasciali in pace, perché io non sopporterei che tu gli facessi un torto». Ti schiaccerebbe come un uovo di passero, Isabella, se scoprisse che per lui sei solo un peso. Io so che non potrebbe mai amare una Linton, eppure sarebbe capace di sposarti per la tua ricchezza e per la tua eredità. L'avidità è ormai un vizio inguaribile per lui. Ecco dunque il quadro: e guarda che io sono sua amica, al punto che se lui avesse pensato seriamente di prenderti al laccio, avrei forse tenuto la bocca chiusa e ti avrei lasciata cadere nella sua trappola.

N.B. Prima di avviare il discorso, una precisazione è indispensabile: nello scrivere quanto segue, non mi sono riferita alla corposissima critica sul romanzo e sul personaggio, la quale è stata certamente più accurata e sensibile rispetto alla figura sfuggente, titanica, di Heathcliff e pertanto non ha certo perseguito l'obiettivo di appiattirlo ed etichettarlo. Mi sono invece soffermata su quanto letto e sentito dalle persone che oggi, come me, leggono o rileggono Cime tempestose: sui loro commenti, sulle impressioni estemporanee o ben radicate che si sono espresse sulla scia della recente riscoperta del romanzo suscitata dall'adattamento cinematografico. Per me, che purtroppo critica letteraria non sono, ma che con i libri ci lavoro, si è trattato di un esercizio più interessante.


Quando oggi si discute di Heathcliff, l’etichetta di "cattivo" è appiccicata tanto saldamente al suo personaggio che mi sembra sia diventato sempre più difficile metterla in discussione. È sempre un presupposto, e in quanto tale va esplorata prima che respinta. Credo che non problematizzare tale definizione ci consenta per paradosso di metterci, ancora oggi, al riparo dalla complessa brutalità del romanzo. Da lettorə, non ci rimarrebbe che aggirarci tra le più o meno contorte conseguenze di tale assunto per inorridire, giudicare, prendere le distanze, proporre sottolineature a diversi gradi scontate: Heathcliff è un sadico, un violento, è roso dalla vendetta – tanto da identificarsi appieno con queste pulsioni, tanto da incarnare pienamente la definizione di esse fino al loro margine preciso (e ideale) –: ma certo che lo è. È chiaro però che, se davvero potessimo fermarci qui, non ci sarebbe nessun punto rimasto da discutere sul personaggio e forse sul romanzo stesso che, seppure sfaccetatissimo e inesauribile, è da Heathcliff interamente percorso e abitato. Anche per tutto il tempo in cui lui non è in scena, che non è quantitativamente trascurabile.


Perché quindi siamo così velocə e sicurə quando apponiamo etichette a questo personaggio, come se potessimo permetterci di vantare una superiorità morale rispetto a lui? Non è proprio perché non possiamo affatto vantarla, se non rispetto a certi tratti, che lo odiamo così tanto?

I romanzi contemporanei sono popolati da personaggi intrisi di psicologia e, pertanto, potenzialmente redimibili. Di fronte a personaggi come Heathcliff, reagiamo difendendoci con una parola: cattivo. L'errore, mi pare, sta nel tentativo di forzare entro un ordine morale (peraltro anacronistico) qualcosa che non è umano, ma è uno dei principi regolatori della narrazione: Heathcliff è la brughiera stessa, il vento tempestoso, «basalto e spine», diceva Catherine. L'indizio è già fornito dal suo nome visto che, come ricorda Ginevra Bompiani nel suo bellissimo Lo spazio narrante, Heathcliff si traduce come "scarpata d'erica". Heathcliff è un uomo? si chiede isabella. Alla morte di Catherine, mentre è appoggiato a un frassino, i merli non lo percepiscono come umano, ma come parte integrante della natura. Al momento della sua stessa morte, la brughiera sembra riassorbirlo inondando d'acqua il suo cadavere.

Sarebbe necessario liberare Heathcliff dalla psicologia e provare piuttosto a osservarlo in quanto principio narrativo:


  • Heathcliff arriva a Wuthering Heights: la storia prende avvio.

  • Heathcliff fugge da Wuthering Heights: si compie la tragedia del matrimonio di Catherine e Linton: ecco il vicolo cieco, la rovina.

  • Heathcliff torna: Catherine muore.

  • Heathcliff sposta tutti i personaggi della "seconda generazione" come pedine nella sua scacchiera di vendetta: nuove disgrazie e orrori per tutti.

  • Heathcliff muore: solo ora l'amore e la felicità possono trovare spazio. L'ordine è ricostituito, la brughiera non trema più.


Ma trattiamolo, qui, ancora come un personaggio: anche in questo caso mi pare ci sia qualche crepa nelle affermazioni che ho sentito più spesso ripetere. Si sta ancora ragionando in maniera realmente critica sul fatto che Heathcliff sia il prototipo perfetto del maschio tossico o si stanno applicando acriticamente, appunto, etichette non solo anacronistiche, ma che neanche sottendono una sincera valutazione di tutto quello che, dal romanzo, sappiamo di lui? Considererò qui soltanto il suo rapporto con Catherine, perché molto più leggibile è invece il trattamento che Heathcliff riserva a Isabella: di puro sadismo e prevaricazione, peraltro tremendamente funzionali alla storia, che deve spostarsi sull'attuazione della vendetta.

Torniamo a Catherine; Heathcliff, ancora ragazzino, dice a Nelly:

Quando mai mi hai visto pretendere qualcosa che voleva anche Catherine?

Più avanti, nel corso del romanzo, Nelly osserva:

L'idea di invidiare Catherine era del tutto inconcepibile per lui, ma quella di averla addolorata la comprese con sufficiente chiarezza.

Alla luce di questi e altri passaggi dai quali emergono l'assoluta lealtà e la benevolenza di Heathcliff nei confronti di Catherine, mi domando se, quando parliamo di sentimenti tossici, non stiamo guardando dalla parte sbagliata. Provo a spiegarmi meglio.

Certo che un rapporto che chiama costantemente in causa la morte, l’assoluto, è potenzialmente pericoloso. Heathcliff però è assolutamente credibile quando ricorda a Catherine, giunta in punto di morte, di non averle mai fatto nulla di male. Ha amato lei – e lei soltanto – al di sopra di tutto, e viene peraltro ricambiato. Quando ha sentito Catherine dire che l'unione con lui l'avrebbe degradata, Heathcliff fugge da Wuthering Heights e, anche se non sappiamo in quale modo, lavora per elevarsi. E quando Catherine, come abbiamo visto, dice: «Lasciali in pace, perché io non sopporterei che tu gli facessi un torto», sta sottolineando il potere che lei, unica, ha su di lui, fin dall'infanzia – tanto che Brontë rimarca come la cosa più detestabile per il vecchio Earnshaw fosse vedere «come il ragazzo eseguisse i suoi ordini (di Catherine, N.d.r.) sempre e comunque, e quelli del vecchio solo quando gli pareva». Heathcliff è in ciò assolutamente credibile, aggiungo, perché non nasconde mai i propri sentimenti e le proprie intenzioni, arrivando a illustrare nel dettaglio i suoi i violenti piani di vendetta a ogni sua vittima (a Hindley, a Isabella, a Linton, a Cathy).


Edgar Linton, con la sua perfezione estetica, con la sua solida posizione sociale, con la sua etica razionale e guidata dalla legge del profitto, non è forse il vero assassino di Catherine?

Premesso che provo a non leggere i classici tramite la lente deformante delle categorie morali della contemporaneità – proprio Cime tempestose ci ha di recente dimostrato, ancora una volta, quanto bene si presti a essere riletto, rielaborato, riscritto –, l'affermazione secondo cui Edgar Linton sarebbe l'unico personaggio positivo del romanzo, l'unico senza ombre, è quella che mi fa sinceramente sobbalzare. Quando Catherine deperisce e impazzisce, e ciò chiaramente avviene perché è stata separata da Heathcliff, Edgar lo capisce; e che fa? Continua a imporle la sua gabbia. Vuol dire questo, ancora oggi, non avere ombre? Riuscire, in virtù del proprio potere economico, a confondere per bene le grate fra i tentacoli di un rispettabile ordine sociale fatto di educazione, proprietà, controllo delle passioni? Tutte qualità, del resto, che la cultura borghese riconosce come virtù. Ma Cime tempestose non è affatto un romanzo costruito per premiare quelle virtù.

A Edgar è perfettamente nota la ragione per cui Catherine si sta consumando, eppure la sua reazione non è quella di una persona innamorata, ma quella di un qualsiasi proprietario in pericolo: protegge il matrimonio, la casa, la rispettabilità. Rinforza la gabbia. "Ama" Catherine come qualcosa da possedere, e che a tal fine si difende. Il suo è un desiderio in cerca di stabilità e controllo.

Di contro Heathcliff, proprio riferendosi a Edgar Linton, dice a Nelly:

Se lui fosse stato al mio posto e io al suo, se anche l'odio che provo per lui avesse trasformato la mia vita in fiele, non avrei mai levato la mano su di lui. Puoi non crederci, se vuoi! Non lo avrei allontanato da mia moglie, se lei avesse desiderato la sua compagnia. Ma nel momento stesso in cui lei non avesse più avuto occhi per lui, gli avrei strappato il cuore e avrei bevuto il suo sangue! Ma fino a quel momento – e se non mi credi non mi conosci – fino a quel momento sarei morto a poco a poco piuttosto che torcergli un capello!

Heathcliff e Catherine sono scandalosi perché il loro legame non è compatibile con l'ordine sociale. Edgar prova a normalizzarlo, e gli esiti del romanzo mostrano quanto tale normalizzazione sia violenta. Più Catherine scivola verso Heathcliff, più Edgar prova a preservare la rispettabile istituzione del matrimonio, con un atteggiamento difensivo, volto solo a mantenere l'ordine.

E Catherine, che come Heathcliff vive di assoluti, non può legarsi a Edgar che con la ragione – distorta dalle regole sociali del tempo. Edgar le appare gentile e luminoso, ma sempre minuscolo rispetto alla dimensione emotiva in cui lei si muove. È interessante notare come in effetti Emily Brontë non punisca Catherine per questa distanza, non costruisca il seguito del romanzo in modo da far emergere che la scelta “giusta” sarebbe stata Edgar. Al contrario: la sua decisione di sposarlo è la frattura tragica di Cime tempestose.

Solo a una lettura davvero superficiale Edgar può dunque apparire rassicurante, mentre il suo personaggio si configura con precisione entro il raggio d'azione di colui che viene incaricato di difendere l'unica forma di relazione amorosa che la società può riconoscere come sana. Il rapporto tra Heathcliff e Catherine, d'altra parte, si delinea in una forma molto meno gestibile: quella di un legame che distrugge tutto ciò che li circonda e che però rimane ingiusto ridurre a errore. In tale semplificazione si rinviene una strada per prendere le distanze da un romanzo che non offre nessuna posizione comoda da cui giudicare. L'affermazione, che spessissimo mi capita di sentir fare, secondo cui i personaggi del romanzo sarebbero tutti ugualmente detestabili è una formula che rischia di neutralizzare la vertigine del libro, e di porci nell'inconciliabile posizione di voler godere della potenza dei personaggi mentre continuiamo a proteggere la nostra superiorità morale.

Moral judgments, wheter of her own day or of ours, become rapidly irrilevant in the world of Emily Brontë's one novel. (Harold Bloom)

Quella che emerge dalle pagine di Emily Brontë è una radicalità emotiva che cozza in maniera inconciliabile con tutto ciò che, nel nostro tempo, abbiamo elevato a valore: l'equilibrio, la crescita personale, il superamento del trauma. Heathcliff, soprattutto, non può essere redento; per questo ci precipita in uno stato che, al giorno d'oggi, non possiamo permetterci di gestire, nel quale ci troviamo, spogliati dai rassicuranti valori borghesi di ordine e disciplina, legittimamente a disagio in un pericolo che abbiamo rimosso.


L'Heathcliff di Emerald Fennell


L'Heathcliff riscritto da Emerald Fennell non esiste. E non esiste in favore di Catherine: evviva! Non mi pare affatto che la questione riguardi la performance di Jacob Elordi, perché lo spazio ritagliatogli dalla scrittura è molto esiguo. Tale piccolezza è stata, per la gioia degli occhi di moltə, per intero imbottita dalla massiccia figura dell'attore australiano, ancora di più nella ferina versione barbuta e capellona. Quasi non parla: gonfia ogni muscolo possibile e grugnisce, sibila. Le parole di Emily Brontë suonano particolarmente goffe nella sua bocca, poiché il suo corrispettivo cartaceo sembra possedere una dignità e un'eleganza che non si possono rinvenire nel viso irrimediabilmente gen Z dell'avvenente Heathcliff hollywoodiano. L'Heathcliff riscritto da Emerald Fennell non esiste, ribadisco: è completamente svuotato dal furore terrificante che lo muove nel romanzo. Guarda Catherine con quegli occhioni scuri (lontani, mi sembra, da «quei due demoni neri infossati laggiù» di cui tanto spesso parla Nelly) e sorride come un morbido orsacchiotto senza macchia. Non è nero, non è nemmeno grigio, è trasparente. Il fatto che sia una gioia per gli occhi non è però un motivo meno nobile per continuare ad amare il personaggio, che in questo caso è stato caricato dell'onere di suscitare il desiderio visivo. Questo Heathcliff chiede il permesso, ripara dalla pioggia, arriva dalla finestra a realizzare i sogni proibiti delle ragazze: è una benedizione. Heathcliff è morto, viva Heathcliff!






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